Il vecchietto dove lo metto… cenni sul digital divide cognitivo

La nostra è una società dell’informazione[1], in forte evoluzione, “sballottata” da continui e sempre più rapidi mutamenti, che trova la sua centralità nei beni immateriali, come l’informazione, a scapito dei “vecchi” prodotti industriali.

Le informazioni, lo abbiamo visto nella parte relativa ai Big Data, diventano ogni giorno sempre più digitali, rendendo fondamentali le tecnologie che ne consentono la trasmissione, ricezione ed elaborazione; tecnologie a cui ci si riferisce con il termine ICT (Information and Communication Technology)[2]. Rifkin descrive questa nuova realtà definendola come “ ”l’era dell’accesso”: un’era in cui l’ “accesso” al sapere e la partecipazione sociale diventano sempre più condizionate dal possesso di competenze tecnologiche che, integrate a quelle di base, ci consentano di “dialogare” con le tecnologie, garantendo nuove forme di democrazia e di equità sociale.” (Rifkin, 2000)

In questo scenario nasce, e si sviluppa, il concetto di digital divide, ovvero l’impossibilità, o l’incapacità, di accedere alle tecnologie dell’informazione da parte di determinate persone, gruppi sociali o interi paesi.

Il divario digitale più interessante da analizzare, perché più vicino ai temi trattati finora, è quello di tipo cognitivo, dovuto ad ostacoli quali: “la mancanza di conoscenze linguistiche, la mancanza di competenze di base (competenze alfabetiche, numeriche e informatiche), di competenze trasversali (competenze riconducibili alle categorie del diagnosticare, relazionarsi e affrontare la situazione) e di competenze di gestione (di tipo organizzativo e strategico, per il reperimento delle informazioni e una visione critica delle stesse)”. (Billi, 2007)

Il digital divide cognitivo è un fenomeno complesso, ricco di sfaccettature; volendone dare comunque una rappresentazione semplificata, possiamo dire che le categorie sociali che più soffrono questo tipo di “separazione” sono gli anziani e le persone con un basso livello di scolarizzazione.

Una banca che innova dovrà necessariamente inserire il tema del digital divide cognitivo all’interno delle proprie strategie, con la consapevolezza di trovarsi davanti ad un possibile dilemma: spingere sulla digitalizzazione e accontentare le nuove generazioni, i clienti di domani, o difendere i canali tradizionali, come la filiale, preferiti, ancora oggi, una parte rilevante della clientela? O, forse, esiste una via di mezzo, una banca ibrida che riesca ad accontentare entrambi?

Ancora, come gestire la separazione digitale all’interno delle proprie organizzazioni? L’età media dei dipendenti bancari non è certamente bassa, e spesso anche i ruoli manageriali vengono ricoperti da persone avanti nell’età che conoscono molto bene il modo tradizionale di fare banca e, anche inconsciamente, possono finire per frenare il cambiamento.

Personalmente, non ho una risposta a questi dubbi, ma sono convinto che l’innovazione tecnologica, quella vera, possa essere anche “inclusiva”, senza necessariamente creare separazioni insanabili. Penso, ad esempio, all’interfaccia naturale[3] di smartphone e tablet che sostituisce efficacemente i più complessi mouse e tastiera senza necessità di apprendimento. Certo, ogni innovazione è “scomoda”, obbliga ad uscire dalla propria zona di confort, ma se i benefici garantiti saranno reali e tangibili, senza inutili complicazioni, allora potrà essere adottata in massa.

Ammettiamolo, mascherata da innovazione c’è un sacco di “mondezza digitale” che non offre utilità reale, che non porta al vero cambiamento; come ci sono tanti di modi di “vivere” l’innovazione: promuovere tecnologie “esclusive”, ma poco utili, per dare al marchio un’immagine di (falsa) modernità, o salire a bordo dei trending topic del momento, senza capirli realmente e adottarli nella propria cultura aziendale, potrebbe, infatti, aumentare il senso di emarginazione di gruppi numerosi di clienti.

[1] Il termine società dell’informazione è usato da alcuni sociologi per indicare l’attuale società post-industriale, spesso a seguito della terza rivoluzione industriale. Ciò che più spiccatamente la caratterizza è il prevalere di un bene immateriale come l’informazione rispetto all’industria, il settore dell’economia che è stato trainante per tutto il XX secolo, e più in generale dei servizi o terziario. Fonte: wikipedia.org
[2] Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in inglese Information and Communications Technology, in acronimo ICT, sono l’insieme dei metodi e delle tecnologie che realizzano i sistemi di trasmissione, ricezione ed elaborazione di informazioni (tecnologie digitali comprese). Fonte: wikipedia.org
[3] L’interfaccia utente naturale, in sigla NUI (dal corrispondente termine inglese Natural User Interface), è il termine utilizzato da designer e sviluppatori di interfacce per computer per fare riferimento ad una interfaccia utente che è completamente invisibile, oppure lo diventa con successive interazioni, ai suoi utenti. La parola “naturale” è usata perché la maggior parte dei computer usa dispositivi di controllo artificiale il cui funzionamento deve essere appreso. Una NUI è rivolta ad un utente in grado di effettuare movimenti relativamente naturali, azioni e gesti che devono controllare l’applicazione del computer o manipolare contenuti sullo schermo. La principale caratteristica di una NUI è la mancanza di una tastiera fisica e/o mouse. Fonte: wikipedia.org

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