Apple Pay – la risposta che stavamo aspettando?

Visto che l’attore protagonista è lo smartphone, non potevano mancare i colossi hi-tech che lo hanno, per così dire, “inventato” e ne hanno decretato il successo: Google, Apple e, recentemente, Samsung sono scesi in campo, ognuno con la propria soluzione di mobile payment.

Quella che personalmente considero più promettente e degna di nota è Apple Pay, il sistema di pagamento mobile del gigante di Cupertino, presentato nel 2014 e attivo in diversi paesi del mondo (ma non ancora in Italia)[1] che fa della semplicità d’uso e della sicurezza i suoi punti di forza; Apple Pay si inserisce nei servizi di mobile proximity payment, ma con l’impronta digitale si può anche comprare online, senza dover digitare password o numeri di carta e quest’anno potrebbe introdurre i pagamenti P2P. (Rusconi, 2015)

In tema di usabilità, diverse soluzioni proposte dagli operatori telefonici in materia di mobile payment costringono l’utente a cambiare la SIM con una compatibile con i servizi di pagamento, scaricare l’App dedicata, inserire dati, numeri di carta, cercare un esercente che aderisca al servizio e poi (forse) sarà in grado di pagare tramite il suo smartphone. E se si cambia gestore o servizio, bisogna ripetere la trafila.

Con Apple Pay non servono cambi di SIM e niente necessità di utilizzare app dedicate, perché l’operazione di pagamento è stata integrata nel sistema operativo, di cui risulta una naturale estensione. Per pagare, basta avvicinare l’iPhone al POS del negoziante e poggiare il dito nel lettore di impronte digitali; una vibrazione ci avvisa dell’avvenuto pagamento, senza nemmeno dover guardare il display dello smartphone.

Un altro problema ravvisato dagli utenti nei pagamenti mobile è la sicurezza delle transazioni; molti non si fidano infatti di utilizzare uno smartphone per pagare: cosa succede ai dati importanti, come i numeri delle carte di credito, se questo venisse rubato? Apple Pay fa largo uso di crittografia e non utilizza mai i veri dati dell’utente. Sull’iPhone la carta viene associata ad un codice (il Device Account Number) assegnato dal servizio, unico per ogni utente e memorizzato in maniera sicura su un chip speciale del cellulare (il Secure Element). Al momento del pagamento, è il Device Account Number che viene scambiato con il POS insieme con ulteriore codice di sicurezza dinamico, specifico per quella transazione[2]  e convalidato dai valori biometrici acquisiti dal lettore di impronte digitali integrato nel telefono. Apple, poi, non ospita i dati sui propri server, a differenza di Google Wallet che usa il cloud.  (Longo, 2014)

Apple Pay, a differenza di quanto si pensava, non scavalca le banche: funzionano, infatti, solo con le carte di credito di banche con cui Apple ha fatto accordi. E la cosa che può suonare strana, ma fa capire quali siano i rapporti di forza nel mondo digitale, è che le Banche sono disposte a pagare pur di non rimanere escluse da un mercato così promettente: “In pratica, la transazione effettuata con l’iPhone non costa nulla al consumatore o al negoziante, ma viene ripagata da una fettina della quota che va alla banca. In compenso la banca e il suo ecosistema entrano nei pagamenti col cellulare che per tanto tempo sono restati un problema. “ (De Biase, 2014)

È questa, quindi, la risposta giusta a tutti i dubbi che frenano la diffusione di massa di questi sistemi di pagamento?  È ancora presto per dirlo e i segnali positivi si accavallano con quelli di segno opposto, ma certamente la soluzione pensata dal gigante di Cupertino va nella giusta direzione, grazie ad un mix speciale di semplicità e sicurezza nel tentativo di ridefinire anche il mercato dei pagamenti, come già fatto per quello della musica e della telefonia.

[1] Apple Pay è attivo in USA, UK, Canada, Australia, Cina (febbraio 2016)
[2] tecnicamente, si tratta di un “pan dinamico con tokenizzazione”

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